Quando smettiamo di correre
Che cosa succede quando rallentiamo davvero?
Prova a pensare all’ultima volta in cui non avevi fretta, non a una vacanza o a un giorno libero, ma a un momento in cui hai potuto fare una sola cosa per volta, senza guardare continuamente l’orologio, senza avere già la mente proiettata verso ciò che sarebbe venuto dopo.
Per molti di noi non è così semplice ricordarlo, e forse è proprio questo il punto di partenza.
Le nostre giornate scorrono tra impegni, notifiche, scadenze e responsabilità che si susseguono lasciando pochissimo spazio tra una cosa e l’altra; anche quando finalmente ci fermiamo, spesso la mente continua a correre, ripercorrendo ciò che è accaduto, anticipando ciò che dovrà accadere o cercando di risolvere problemi che, almeno in quel momento, non chiedono ancora una soluzione.
La velocità ha una caratteristica curiosa: finché ci siamo immersi, quasi non ci accorgiamo di quanto stiamo andando veloci.
Ci sembra normale passare da un impegno all’altro, rispondere a qualcuno mentre stiamo già pensando alla cosa successiva, mangiare mentre controlliamo il telefono, ascoltare una persona mentre dentro di noi prepariamo già la risposta. Arriviamo alla sera con la sensazione di avere fatto molto e, qualche volta, con quella più difficile da nominare di avere vissuto poco.
È spesso soltanto quando il ritmo cambia che iniziamo a renderci conto di quanto fossimo lontani dal momento presente.
Per questo rallentare può apparire quasi innaturale.
Non siamo più abituati a sostare. Abbiamo imparato a riempire le pause, a sentirci utili sempre, a misurare il valore delle nostre giornate attraverso ciò che siamo riusciti a fare. Così, quando il ritmo diminuisce, può affacciarsi perfino un certo disagio, come se il silenzio, il tempo vuoto o il semplice stare senza fare dovessero essere riempiti al più presto.
Ma, è proprio quando rallentiamo davvero che iniziano ad accadere cose che la fretta non ci permette di vedere.
Il corpo, che per tanto tempo ha seguito il ritmo imposto dagli impegni, comincia lentamente a farsi sentire. Ci accorgiamo della tensione nelle spalle, della mandibola contratta, del respiro che tratteniamo senza rendercene conto, della stanchezza che abbiamo continuato a spingere un po’ più in là.
E, insieme a questo, possiamo accorgerci anche di qualcosa di molto semplice: il corpo non è mai stato altrove. Eravamo noi, forse, a non esserci abbastanza.
Quando rallentiamo, anche i sensi tornano ad aprirsi. Notiamo la luce che cambia durante il giorno, il profumo del bosco dopo la pioggia, il rumore delle foglie mosse dal vento, la temperatura dell’aria sulla pelle, la consistenza del terreno sotto i piedi. Non perché queste cose non ci fossero prima, ma perché finalmente abbiamo il tempo e l’attenzione per incontrarle.
Anche la mente, naturalmente, continua a muoversi.
All’inizio può sembrare persino più rumorosa di prima. Porta con sé liste di cose da fare, ricordi, preoccupazioni, programmi, conversazioni lasciate in sospeso. È il suo modo abituale di funzionare e non c’è nulla di sbagliato in questo.
La pratica della mindfulness non consiste nel cercare di fermare la mente, né nel raggiungere una condizione in cui finalmente non pensiamo più a nulla. Consiste piuttosto nell’imparare ad accorgerci di ciò che sta accadendo mentre accade.
Ci accorgiamo che stiamo pensando, che siamo preoccupati, che stiamo anticipando, che la mente è già proiettata verso il futuro. E, proprio nel momento in cui ce ne accorgiamo, si apre una possibilità: possiamo tornare a ciò che c’è.
Al respiro. Al corpo. Ai suoni. Alla persona che abbiamo davanti. A quello che stiamo facendo.
È un gesto semplice, ma tutt’altro che scontato, perché tra ciò che accade e il modo in cui rispondiamo esiste uno spazio, e la pratica ci aiuta lentamente a riconoscerlo.
Quando rallentiamo, possiamo accorgerci anche di ciò che sentiamo. Emozioni che avevamo messo da parte possono trovare finalmente lo spazio per affacciarsi: la stanchezza, la tristezza, la preoccupazione, ma anche la gratitudine, la tenerezza, la gioia. Non perché rallentare produca emozioni diverse, ma perché crea le condizioni per incontrare quelle che già ci sono.
La mindfulness non ci invita a rallentare perché la lentezza sia un valore in sé. Ci invita a rallentare perché, quando smettiamo per un momento di correre, possiamo finalmente accorgerci di come stiamo vivendo.
Possiamo vedere dove siamo, cosa sta accadendo dentro di noi, come ci relazioniamo agli altri, quali automatismi guidano le nostre giornate e quanta parte della nostra esperienza attraversiamo senza realmente incontrarla.
Rallentare, allora, diventa una forma di attenzione. E l’attenzione, quando viene coltivata, può trasformare il modo in cui abitiamo la nostra vita.
