Incontrare l’altro oltre la storia che ci raccontiamo
Incontrare l’altro oltre la storia che ci raccontiamo
C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di incontrare l’altro e, attraverso questo incontro, sentirci in qualche modo riconosciuti. Abbiamo bisogno di raccontarci, di condividere ciò che pensiamo e ciò che sentiamo, di trovare nell’altro uno sguardo capace di accogliere la nostra esperienza e, a volte, persino di dirci che quello che proviamo ha un senso.
Le relazioni diventano così anche uno spazio nel quale comprendiamo meglio chi siamo, perché l’immagine che abbiamo di noi stessi prende forma e si definisce continuamente anche attraverso il modo in cui veniamo guardati, ascoltati e accolti.
Eppure, proprio qui può nascere qualcosa che vale la pena osservare con attenzione: quanto di ciò che raccontiamo di noi appartiene davvero all’esperienza che stiamo vivendo e quanto, invece, appartiene alla storia che nel tempo abbiamo costruito intorno a noi stessi?
La storia che raccontiamo di noi
Ci sono storie che conosciamo molto bene. Racconti che abbiamo ripetuto dentro di noi così tante volte da non sentire più il bisogno di metterli in discussione: convinzioni su come siamo, su come funzionano le relazioni, su ciò che gli altri pensano di noi, su quello che possiamo o non possiamo fare.
«Io sono fatto così.» «Con le persone va sempre nello stesso modo.» «Gli altri, alla fine, mi deludono.» Sono pensieri che possono avere avuto origine da esperienze reali e significative, ma che nel tempo possono essersi intrecciati con interpretazioni, ricordi, aspettative, paure e immagini del futuro, fino a diventare una sorta di filtro attraverso il quale guardiamo noi stessi e il mondo.
La nostra mente costruisce continuamente significati e questa capacità è preziosa: ci permette di orientarci, comprendere, ricordare, prevedere. Ma proprio perché siamo abituati a dare un significato a ciò che accade, può diventare difficile accorgerci della differenza tra l’esperienza e la storia che raccontiamo sull’esperienza.
E così, a volte, non incontriamo davvero l’altro: incontriamo l’immagine che ci siamo già costruiti di lui.
Quando cerchiamo nell’altro una conferma
L’altro può diventare inconsapevolmente una conferma della nostra storia. Cerchiamo qualcuno che ci dica che abbiamo ragione, che riconosca ciò che pensiamo di noi, che confermi la versione di noi stessi che abbiamo imparato a conoscere. Quando questo accade, qualcosa dentro di noi si rassicura. Ciò che conosciamo trova conferma nello sguardo dell’altro e il mondo continua ad avere la forma che ci aspettavamo.
Ma cosa succede quando l’altro non conferma quella storia? Quando ci guarda diversamente da come ci vediamo? Quando risponde in un modo che non avevamo previsto? Quando ci mostra qualcosa di noi che non coincide con l’immagine che abbiamo costruito?
E cosa accade quando ci accorgiamo che anche noi stiamo guardando l’altro attraverso una storia che abbiamo già scritto, attribuendogli intenzioni, pensieri e sentimenti che forse non abbiamo realmente incontrato?
È proprio qui che l’incontro può diventare una meravigliosa occasione di consapevolezza.
Tornare dall’interpretazione all’esperienza
La mindfulness ci invita, ancora una volta, a fare un passo indietro dalla narrazione e a tornare all’esperienza.
Non significa smettere di pensare, né rinunciare alla nostra capacità di comprendere, interpretare e dare significato a ciò che viviamo. Significa imparare ad accorgerci della differenza tra ciò che sta accadendo e ciò che la nostra mente sta raccontando a proposito di ciò che accade.
Posso, per esempio, accorgermi che mentre una persona mi parla sto già pensando a ciò che vuole dire, a ciò che probabilmente pensa di me, a come dovrò rispondere. Posso notare che una parte di me sta costruendo una storia mentre l’incontro è ancora in corso.
E posso fare una piccola pausa. Tornare al corpo, al suono della voce, alle parole che vengono realmente pronunciate, al volto dell’altro, alla sensazione che quella presenza suscita in me. Per un momento posso lasciare che l’esperienza sia semplicemente ciò che è, prima di trasformarla immediatamente in qualcosa che conosco già.
Incontrare anche noi stessi con occhi nuovi
Questo vale per l’altro, ma vale altrettanto per noi stessi.
Quanto spesso ci avviciniamo a noi attraverso definizioni già conosciute, giudizi, aspettative e immagini di come dovremmo essere?
Possiamo avere una storia molto precisa su chi siamo e, senza accorgercene, cercare continuamente esperienze che la confermino. Eppure noi non siamo mai completamente uguali a ciò che pensiamo di essere.
In questo momento potremmo essere stanchi e avere bisogno di riposo, anche se la nostra storia ci dice che dobbiamo essere forti. Potremmo sentirci vulnerabili, anche se ci siamo sempre raccontati di essere indipendenti. Potremmo avere desideri che non avevamo previsto, oppure scoprire una parte di noi che non avevamo ancora incontrato.
Possiamo allora provare a guardarci con la stessa curiosità con cui incontreremmo qualcuno che non conosciamo ancora completamente. Non per negarci, ma per lasciarci la possibilità di essere anche altro.
La mente del principiante
È qui che possiamo riconoscere una delle qualità più preziose della pratica: la mente del principiante.
Guardare ciò che accade senza avere la necessità di ricondurlo immediatamente a ciò che già sappiamo. Non significa diventare ingenui o dimenticare ciò che abbiamo imparato. Significa lasciare aperta una possibilità: che questa volta possa essere diverso.
Quando facciamo spazio, qualcosa può sorprenderci. Possiamo accogliere un’emozione che non pensavamo di provare, una risposta dell’altro che non coincide con le nostre aspettative, un modo diverso di stare in una relazione. Possiamo scoprire che una persona non è soltanto ciò che avevamo pensato di lei e che noi stessi non siamo soltanto la somma delle storie che abbiamo imparato a raccontarci.
Uno spazio tra ciò che pensiamo e ciò che è
La mindfulness ci permette di creare uno spazio tra ciò che pensiamo e ciò che è, tra la storia che raccontiamo e l’esperienza che stiamo vivendo, tra l’immagine che abbiamo di noi e la persona che, proprio in questo momento, siamo. È uno spazio piccolo, a volte quasi impercettibile, ma capace di aprire una possibilità immensa.
La possibilità di non reagire immediatamente. Di ascoltare prima di interpretare, di osservare prima di concludere, di incontrare l’altro prima della storia che abbiamo costruito su di lui e di incontrare noi stessi senza doverci spiegare completamente.
L’altro come possibilità di incontrarci
Quando lasciamo per un momento il bisogno di avere già una risposta, l’incontro può diventare qualcosa di profondamente diverso.
Non abbiamo più necessariamente bisogno che l’altro confermi la nostra storia. Possiamo essere curiosi di ciò che realmente sta accadendo tra noi. Possiamo ascoltare senza preparare la risposta, osservare senza giudicare immediatamente, accogliere una differenza senza doverla trasformare in una minaccia.
E possiamo scoprire che l’altro, proprio perché è altro da noi, può mostrarci qualcosa che da soli non avremmo visto.
La mindfulness ci offre la possibilità di stare proprio lì, in quello spazio delicato tra la nostra storia e l’esperienza presente, con curiosità, presenza e gentilezza.
E quando riusciamo per un momento a lasciare andare ciò che pensavamo di sapere, possiamo finalmente incontrare noi stessi, l’altro e la vita, così com’è, proprio qui e ora.

