La via d’uscita è dentro di noi
La via d’uscita è dentro di noi
“The way out is in.” Thich Nhat Hanh
Il mio incontro con Thich Nhat Hanh è avvenuto molti anni fa. Ricordo che, leggendo i suoi libri per la prima volta, provavo quasi un senso di disorientamento. Mi sembravano troppo semplici. Quelle parole essenziali, quei racconti brevi, quell’invito continuo a tornare al respiro e al momento presente mi lasciavano la sensazione di non aver colto fino in fondo ciò che voleva trasmettere.
Eppure continuavo a leggerlo.
Poi, con il tempo, è accaduto qualcosa che ancora oggi faccio fatica a descrivere. Mi viene in mente un’immagine: la pioggerellina sottile che quasi non si sente mentre cade. All’inizio sembra non lasciare alcuna traccia, ma quando alzi lo sguardo ti accorgi di essere completamente bagnato.
Con gli insegnamenti di Thich Nhat Hanh è stato così.
Non c’è stato un momento preciso in cui ho pensato di essere cambiata. Semplicemente, un giorno mi sono accorta che quelle parole avevano iniziato ad abitare il mio modo di guardare la vita, di respirare, di ascoltare le persone e, soprattutto, di incontrare me stessa.
Tra tutte le frasi che mi hanno accompagnata nel tempo, ce n’è una che continua a tornare ogni volta che la vita diventa più faticosa: The way out is in.
Viviamo spesso con l’idea che il nostro benessere dipenda da ciò che riusciremo a cambiare all’esterno. Pensiamo che staremo meglio quando il lavoro sarà meno impegnativo, quando le relazioni saranno più semplici, quando avremo più tempo, meno preoccupazioni o maggiori certezze.
Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel desiderare che alcune situazioni cambino. La vita ci chiede continuamente di affrontare problemi concreti e di trovare soluzioni. Ma c’è una domanda che raramente ci poniamo: chi siamo noi mentre attraversiamo tutto questo?
La mindfulness non ci invita a cercare una via di fuga dalla vita, ma a cambiare il modo in cui entriamo in relazione con essa. È un invito a fermarci abbastanza a lungo da poter tornare a casa, dentro di noi, e incontrare quella parte che spesso rimane inascoltata.
Tornare a sé stessi non significa chiudersi al mondo o diventare indifferenti a ciò che accade. Significa, al contrario, creare le condizioni perché il nostro modo di stare nel mondo nasca da un luogo più stabile, più consapevole e più libero.
Quando non ci concediamo mai questo ritorno, rischiamo di vivere costantemente rivolti verso l’esterno. Cerchiamo conferme, riconoscimento, approvazione. Inseguiamo obiettivi che, una volta raggiunti, lasciano presto spazio a nuovi desideri. Corriamo da un impegno all’altro senza accorgerci che, nel frattempo, ci siamo allontanati dalla persona con cui trascorreremo tutta la vita: noi stessi.
La pratica della mindfulness ci insegna che prendersi cura di sé non è un gesto egoistico, ma un atto di responsabilità. Così come non possiamo offrire acqua da una sorgente ormai prosciugata, allo stesso modo diventa difficile ascoltare gli altri, essere pazienti, creativi o presenti quando noi per primi viviamo in una condizione di continua disconnessione da ciò che sentiamo.
Prendersi cura di sé significa concedersi il tempo di ascoltare il corpo prima che sia lui a costringerci a fermarci; significa accogliere le emozioni senza vergognarsene, riconoscere la fatica senza viverla come un fallimento e lasciare che il respiro diventi il filo che ci riporta al momento presente ogni volta che la mente si perde tra il passato e il futuro.
Non sempre possiamo cambiare ciò che ci accade, ma possiamo trasformare il modo in cui scegliamo di stare dentro la nostra esperienza. È proprio qui che le parole di Thich Nhat Hanh acquistano tutta la loro profondità: la via d’uscita non consiste nel trovare una vita senza difficoltà, ma nel ritrovare quella parte di noi che sa attraversarle con maggiore presenza, equilibrio e gentilezza.
È questo il dono che la pratica continua a offrirmi ogni giorno. Ogni volta che mi fermo, che porto l’attenzione al respiro e che scelgo di ascoltare anziché reagire, mi accorgo che sto tornando a casa. Non a un luogo fisico, ma a quello spazio interiore in cui posso ritrovare chiarezza, stabilità e fiducia.
Ed è proprio questo che desidero condividere nel ritiro di mindfulness “Ritirarsi per ritrovarsi”, che vivremo dal 9 all’11 ottobre nel silenzio e nella bellezza del Monastero di Fonte Avellana. Tre giorni possono sembrare pochi, ma quando ci concediamo davvero il tempo di rallentare, di respirare e di lasciare che il silenzio faccia il suo lavoro, possono diventare l’inizio di un modo nuovo di abitare la nostra vita.
Non partiremo alla ricerca di qualcosa che ci manca. Ci prenderemo, semplicemente, il tempo di tornare a ciò che è già presente dentro di noi e che, nella fretta della quotidianità, rischiamo troppo spesso di dimenticare. Perché, come ci ricorda Thich Nhat Hanh, la via d’uscita non è lontana da noi: è nel coraggio di fermarci, ascoltarci e tornare, ancora una volta, a casa.
