Chi si prende cura degli altri ha bisogno, a sua volta, di cura
Chi si prende cura degli altri ha bisogno, a sua volta, di cura
Ci sono professioni nelle quali la presenza non è semplicemente una qualità personale, ma uno degli strumenti attraverso cui si svolge il proprio lavoro. Psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, educatori, insegnanti, operatori sociali e tutte le persone che lavorano nella relazione d’aiuto sono chiamati ogni giorno ad ascoltare, accogliere, sostenere, contenere emozioni e accompagnare l’altro nei momenti più delicati della sua vita.
Stare accanto alla sofferenza richiede attenzione, sensibilità e disponibilità, ma richiede anche qualcosa di cui si parla meno: la capacità di accorgersi di ciò che questa continua esposizione produce dentro di noi. Perché anche quando abbiamo scelto questo lavoro con passione e sentiamo profondamente il valore di ciò che facciamo, l’ascolto quotidiano delle difficoltà degli altri può avere un peso, può lasciare tracce, può entrare nella nostra esperienza più di quanto a volte riusciamo a riconoscere.
Può accadere così di diventare molto abili nel riconoscere la stanchezza degli altri e di fare più fatica a riconoscere la nostra, di accorgerci immediatamente quando una persona ha bisogno di una pausa e di continuare invece a lavorare anche quando il nostro corpo ci sta chiedendo di fermarci. Sappiamo ascoltare le emozioni di chi abbiamo davanti e, nello stesso tempo, possiamo diventare meno attenti a quelle che attraversano noi.
Non necessariamente perché non sappiamo prenderci cura di noi stessi, ma perché nel tempo possiamo diventare molto abili nel mettere da parte ciò che sentiamo per essere disponibili a ciò che l’altro porta.
La presenza come strumento di cura
La mindfulness può offrire uno spazio prezioso proprio in questa direzione. La pratica ci invita a tornare al corpo, a riconoscere ciò che accade nel momento presente e a osservare pensieri, emozioni e sensazioni senza doverli immediatamente modificare, risolvere o allontanare. Ci aiuta a sviluppare quella capacità di fermarci abbastanza a lungo da poterci accorgere di come stiamo, prima ancora che la fatica diventi impossibile da ignorare.
Per chi lavora nella relazione d’aiuto questo può avere un significato particolare, perché essere presenti non significa essere sempre disponibili e avere empatia non significa farsi attraversare completamente dalla sofferenza dell’altro. La presenza consapevole può aiutarci a rimanere in relazione senza perdere il contatto con noi stessi, ad ascoltare senza assorbire, ad accompagnare senza sentirci responsabili di risolvere ciò che appartiene all’altro.
La pratica può aiutarci anche a riconoscere alcuni automatismi che possono entrare nelle professioni d’aiuto quasi senza che ce ne accorgiamo: il bisogno di essere indispensabili, la difficoltà a dire di no, il desiderio di trovare sempre la risposta giusta, la sensazione di dover fare qualcosa perché l’altro possa stare meglio oppure quella particolare forma di stanchezza che nasce quando per troppo tempo abbiamo messo la nostra esperienza tra parentesi.
Imparare a riconoscere questi movimenti interiori non significa diventare meno disponibili o meno empatici, ma poter scegliere con maggiore consapevolezza come stare nella relazione, senza essere guidati esclusivamente dagli automatismi.
Quando anche chi cura può permettersi di ricevere
C’è poi un aspetto che considero particolarmente importante: chi si prende cura degli altri ha bisogno di poter essere, almeno qualche volta, semplicemente una persona e non soltanto qualcuno che sostiene, accompagna o contiene.
Siamo abituati a essere quelli che ascoltano, che accolgono, che cercano parole, che mantengono uno spazio per l’altro anche quando ciò che l’altro porta è difficile. Non sempre è altrettanto facile permettersi di occupare l’altro lato della relazione, quello di chi riceve, di chi può lasciarsi accompagnare, di chi non deve necessariamente avere una risposta o sapere cosa fare.
Un tempo di pratica, di silenzio e di ascolto può diventare allora uno spazio nel quale deporre temporaneamente il ruolo professionale e incontrare ciò che c’è, senza dover essere competenti, efficienti o utili a qualcuno. Un tempo nel quale non è necessario comprendere, interpretare, risolvere o rispondere, ma semplicemente fare esperienza di ciò che significa esserci.
Anche una pausa può diventare una forma di pratica, soprattutto per chi è abituato a vivere gran parte delle proprie giornate nella disponibilità verso gli altri. Fermarsi può significare accorgersi del corpo, sentire il respiro, riconoscere la stanchezza, lasciare che la mente rallenti e permettere a qualcosa dentro di noi di tornare al proprio ritmo.
Non è necessario che questa pausa sia lunga o straordinaria. A volte può essere una passeggiata senza una meta precisa, qualche minuto trascorso in silenzio, una tazza di tè bevuta senza fare contemporaneamente altro, un momento nella natura o semplicemente la possibilità di stare senza dover produrre, organizzare o risolvere.
La questione non è quanto tempo riusciamo a sottrarre agli impegni, ma che relazione abbiamo con il tempo che scegliamo di dedicare a noi stessi.
Prendersi cura dei propri confini
Nelle professioni d’aiuto anche il confine è una forma di cura. Imparare a riconoscere quando siamo troppo coinvolti, quando una storia continua a risuonare dentro di noi oltre il tempo del lavoro, quando abbiamo bisogno di una pausa o quando il nostro corpo sta chiedendo attenzione non significa essere meno professionali e nemmeno meno generosi.
Al contrario, significa riconoscere che siamo parte della relazione e che anche la nostra presenza ha bisogno di essere custodita.
Questo diventa particolarmente importante perché non possiamo controllare tutto ciò che incontriamo nel nostro lavoro. Possiamo ascoltare, accompagnare, offrire uno spazio, mettere a disposizione competenze e presenza, ma non possiamo vivere al posto dell’altro, né possiamo assumere la responsabilità del suo percorso.
Riconoscere questo limite non è un atto di distanza, ma può essere un atto di rispetto: verso l’altro, verso il suo cammino e verso noi stessi.
Anche una sorgente ha bisogno di essere alimentata
Anche noi siamo così. Possiamo essere generosi, disponibili, presenti e profondamente coinvolti nel nostro lavoro, ma non siamo inesauribili. Abbiamo bisogno di luoghi nei quali poterci fermare, di relazioni nelle quali poter essere sostenuti, di momenti nei quali non dobbiamo prenderci cura di nessuno e di spazi nei quali tornare ad ascoltare ciò che accade dentro di noi.
La mindfulness non elimina la fatica che appartiene alle professioni d’aiuto e non ci rende immuni dal coinvolgimento emotivo. Può però aiutarci a sviluppare una maggiore consapevolezza di ciò che accade, a riconoscere prima i segnali di sovraccarico e a coltivare una relazione più attenta con la nostra esperienza.
E forse uno dei suoi insegnamenti più preziosi, per chi si prende cura degli altri, è proprio quello di ricordarci che non dobbiamo essere una fonte inesauribile per poter essere al servizio degli altri.
Possiamo fermarci. Possiamo ricevere. Possiamo prenderci cura di noi.
Non per sottrarre qualcosa alle persone che incontriamo, ma per continuare a esserci con autenticità, sensibilità e presenza.
Perché nella relazione d’aiuto non è soltanto ciò che sappiamo fare a entrare in relazione con l’altro, ma anche il modo in cui siamo mentre lo incontriamo. E prendersi cura di quel modo di esserci è, a sua volta, parte della cura.
Se desideri trasformare queste riflessioni in esperienza, due occasioni per fermarti e prenderti cura di te:



