Attenzione e consapevolezza

Attenzione e consapevolezza: ciò che impariamo ad allenare nella mindfulness

Quando si parla di mindfulness, una delle prime parole che incontriamo è consapevolezza. Spesso, però, è una parola che utilizziamo così frequentemente da rischiare di perderne il significato. Essere consapevoli non significa semplicemente sapere ciò che stiamo facendo, né riuscire a mantenere la mente concentrata a lungo. Significa imparare a portare attenzione a ciò che accade, nel momento in cui accade, accorgendoci di quello che stiamo vivendo mentre lo stiamo vivendo.

È proprio questa capacità che, nel protocollo MBSR, andiamo progressivamente ad allenare attraverso pratiche diverse, che coinvolgono il corpo, il respiro, le sensazioni, i pensieri, le emozioni e il movimento. Non ci alleniamo quindi soltanto a “meditare”, ma a sviluppare un modo diverso di stare nell’esperienza.

Attenzione e consapevolezza non sono la stessa cosa

Possiamo pensare all’attenzione come alla capacità di orientare la mente verso qualcosa. In ogni momento, infatti, la nostra attenzione seleziona una parte dell’esperienza: possiamo ascoltare una persona, osservare un paesaggio, sentire il contatto dei piedi con il pavimento oppure seguire il respiro.

La consapevolezza comprende qualcosa in più: è la capacità di accorgerci di ciò che stiamo vivendo e del modo in cui lo stiamo vivendo.

Posso, per esempio, essere molto concentrato sul lavoro e non accorgermi che il mio corpo è contratto, che sto trattenendo il respiro o che dentro di me sta crescendo una certa emozione. L’attenzione è rivolta al compito, ma manca una parte della consapevolezza dell’esperienza.

Nella mindfulness impariamo gradualmente a includere anche questo: non soltanto che cosa sta occupando la nostra attenzione, ma come stiamo mentre lo facciamo. È una differenza sottile, ma fondamentale.

La mente tende naturalmente a spostarsi

Quando iniziamo a praticare, può capitare di pensare di non essere capaci di meditare perché la mente continua a distrarsi. Ci sediamo, portiamo l’attenzione al respiro e dopo pochi secondi ci troviamo a pensare a qualcosa che è successo ieri, a ciò che dovremo fare domani o a una conversazione avuta qualche ora prima.

Questo non significa che la pratica non stia funzionando. Accorgersi che la mente si è allontanata è già consapevolezza.

Il momento nel quale riconosciamo che non siamo più con il respiro, con il corpo o con ciò che stavamo osservando è precisamente il momento in cui la consapevolezza si manifesta. Da lì possiamo scegliere di tornare, senza rimproverarci e senza pretendere che la mente non si distragga più.

È questo movimento, ripetuto molte volte, che costituisce una parte importante dell’allenamento: andare via e tornare, perdere il contatto e riconoscerlo, accorgersi e riportare gentilmente l’attenzione. Non dobbiamo eliminare la distrazione, alleniamo la capacità di accorgerci.

Perché pratichiamo in posizioni diverse

Nel protocollo MBSR le pratiche vengono proposte attraverso modalità differenti: alcune sono sedute, altre sdraiate, altre ancora vengono svolte in movimento.

Potremmo chiederci perché sia necessario cambiare posizione se ciò che stiamo allenando è sempre l’attenzione. La risposta è che la consapevolezza non appartiene a una postura particolare.

Possiamo essere presenti mentre siamo seduti su un cuscino, mentre siamo sdraiati sul pavimento, mentre camminiamo, mentre facciamo un movimento o mentre svolgiamo una semplice attività quotidiana. Cambiando la forma della pratica cambiano gli stimoli, le sensazioni e le difficoltà che incontriamo, ma rimane la possibilità di osservare ciò che sta accadendo momento dopo momento. Ogni pratica diventa così un laboratorio nel quale esplorare la nostra relazione con l’esperienza.

Il vero allenamento è il ritorno

Se dovessimo individuare un unico gesto che accomuna tutte queste pratiche, sarebbe proprio il ritorno.

Torniamo al respiro, torniamo al corpo, torniamo al passo, torniamo al movimento, torniamo ai suoni, torniamo al momento presente. E ogni volta che torniamo stiamo allenando qualcosa di molto concreto: la capacità di riconoscere dove si trova la nostra attenzione e di orientarla nuovamente.

Questo è particolarmente importante perché nella vita quotidiana non possiamo impedire che accadano cose che catturano la nostra attenzione. Una telefonata, una notizia, una preoccupazione, una persona che ci parla, un pensiero improvviso: continuamente qualcosa richiama la nostra mente. La pratica non ci rende impermeabili agli stimoli, ci rende, progressivamente, più consapevoli di come rispondiamo agli stimoli.

Ed è qui che la mindfulness smette di essere soltanto qualcosa che facciamo durante la meditazione e diventa una possibilità concreta nella vita quotidiana.

Dalla pratica alla vita quotidiana

L’obiettivo non è riuscire a rimanere presenti per ore senza distrarsi. È imparare a riconoscere più rapidamente quando siamo altrove e avere una maggiore possibilità di tornare.

Possiamo accorgerci di stare mangiando senza assaporare, di ascoltare qualcuno mentre stiamo già pensando a cosa rispondere, di guidare ripercorrendo mentalmente una conversazione, di lavorare mentre la mente anticipa già l’impegno successivo.

Possiamo accorgerci che il corpo è stanco prima di arrivare all’esaurimento, che stiamo trattenendo il respiro, che una tensione sta crescendo, che un’emozione sta prendendo spazio.

La consapevolezza introduce una possibilità: vedere prima ciò che sta accadendo. E quando vediamo, possiamo scegliere, possiamo fermarci, cambiare ritmo, ascoltare, rimandare una risposta, fare una pausa, dire di no, oppure semplicemente continuare ciò che stavamo facendo ma con una presenza diversa.

Non stiamo imparando a essere sempre presenti

Forse è importante chiarire anche questo: il percorso MBSR non ci insegna a essere sempre presenti, concentrati e consapevoli. La mente continuerà a vagare. Ci saranno giornate nelle quali la pratica sembrerà semplice e altre nelle quali sarà difficile rimanere anche solo per pochi minuti con ciò che stiamo facendo. La consapevolezza non è uno stato da raggiungere una volta per tutte, è una capacità che possiamo coltivare. E come tutte le capacità, ha bisogno di essere esercitata.

Per questo nel protocollo alterniamo pratiche diverse: perché possiamo incontrare la consapevolezza in molti modi e scoprire gradualmente quale relazione abbiamo con l’attenzione, con il corpo, con i pensieri, con le emozioni e con ciò che accade intorno a noi.

Il vero cambiamento non avviene necessariamente durante una singola meditazione. Può emergere nel tempo, quando ciò che abbiamo praticato in un momento protetto comincia a comparire spontaneamente nella vita di tutti i giorni, un respiro prima di rispondere, la consapevolezza di una tensione nel corpo, la capacità di accorgerci che siamo persi nei pensieri.

La possibilità di tornare. È in questi momenti apparentemente piccoli che la pratica comincia a diventare parte della vita.

Non alleniamo una mente che non si distrae, alleniamo una mente che impara ad accorgersi e a tornare.

Non siamo sempre presenti, ma impariamo, ogni volta che ci accorgiamo di esserci allontanati, a tornare con gentilezza al luogo in cui siamo.

 

 

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