Meditare Insieme

Perché meditare insieme è diverso dal meditare da soli

In una stanza di meditazione, si impara a stari soli insieme. Si viene invitati a stare con noi stessi, a lasciare che il corpo e il cuore-mente rivelino da sé come stiamo, ma anche a percepire l’altro, a non ritirarsi, a non separarsi, a lasciar essere. E quello di cui ci si accorge allora, stando soli in compagnia, è che non esiste la mia consapevolezza, la mia pratica, ma un procedere insieme, un risvegliarsi insieme che è tutta una scoperta. E’ un modo d’incontrarsi senza perdersi né in sé né nell’altro. Chi sono gli altri nella stanza di meditazione? [ ..] Nella stanza, non conta il nome, l’aspetto, il genere, la provenienza, la professione, lo stato civile e sociale, eppure c’è un incontro profondo, ” Chandra Livia Candiani

Molte persone iniziano ad avvicinarsi alla mindfulness nella propria casa, seguendo una meditazione guidata, sedendosi qualche minuto in silenzio o cercando semplicemente di trovare, all’interno della giornata, uno spazio nel quale fermarsi. È un modo prezioso per entrare in contatto con la pratica e, soprattutto, per scoprire che possiamo coltivare la presenza anche attraverso piccoli momenti quotidiani.

Eppure, quando ci capita di praticare insieme ad altre persone, possiamo accorgerci che qualcosa cambia.

Non perché la presenza degli altri renda la nostra pratica più efficace in modo automatico e nemmeno perché qualcuno possa praticare al posto nostro. La mindfulness rimane un’esperienza profondamente personale: ciascuno incontra il proprio corpo, il proprio respiro, i propri pensieri, le proprie emozioni e tutto ciò che, in quel momento, è presente.

Ciò che cambia è il contesto nel quale facciamo esperienza della pratica.

Quando più persone scelgono di fermarsi nello stesso momento, di sedersi insieme e di rivolgere l’attenzione al respiro o al corpo, si crea una qualità di presenza che è difficile da spiegare se non la si sperimenta. Il silenzio non è più semplicemente assenza di parole, ma diventa qualcosa che condividiamo. Ognuno rimane nella propria esperienza, e allo stesso tempo sa di non essere solo in quel momento di ascolto.

Questa presenza condivisa può diventare un sostegno.

Quando meditiamo da soli, infatti, è più facile seguire ciò che la mente propone: alzarci, controllare il telefono, pensare a quello che dobbiamo fare, interrompere la pratica perché ci sembra di non riuscire. In un gruppo, senza che nessuno ci chieda di fare qualcosa di diverso, possiamo trovare più facilmente la motivazione per rimanere ancora un po’ con ciò che c’è.

Non perché dobbiamo dimostrare qualcosa agli altri, ma perché la nostra intenzione viene sostenuta dalla presenza delle intenzioni degli altri.

E proprio mentre siamo seduti in silenzio possiamo accorgerci di qualcosa di molto semplice: ciò che incontriamo nella pratica non è soltanto nostro.

La mente si distrae anche agli altri. Il corpo può essere inquieto. Possono emergere pensieri, emozioni, ricordi, stanchezza, impazienza. A volte può esserci difficoltà, altre volte calma. Alcuni giorni la pratica sembra scorrere facilmente, altri ci mette davanti a ciò che avremmo preferito non sentire.

Sapere che tutto questo appartiene all’esperienza umana e non rappresenta un nostro personale fallimento può cambiare il modo in cui guardiamo a noi stessi.

Non siamo gli unici a fare fatica, non siamo gli unici ad avere una mente che corre, non siamo gli unici a perdere il contatto con il momento presente. E forse proprio questa scoperta ci permette di essere un po’ più gentili con noi stessi.

La presenza degli altri non invade la nostra esperienza

Praticare insieme non significa condividere necessariamente ciò che stiamo vivendo interiormente. Nella mindfulness possiamo essere seduti accanto ad altre persone e rimanere completamente dentro la nostra esperienza, senza doverla raccontare, spiegare o confrontare.

Questa è una delle caratteristiche più preziose della pratica in gruppo: possiamo esserci insieme senza dover essere uguali.

Ognuno porta con sé una storia diversa, un corpo diverso, una sensibilità diversa e un modo personale di incontrare ciò che accade. Non abbiamo bisogno di sapere cosa sta vivendo la persona accanto a noi per riconoscere che, in qualche modo, stiamo condividendo lo stesso gesto: quello di fermarci e rivolgere attenzione alla nostra esperienza.

Il gruppo, allora, non diventa uno spazio nel quale confrontare le nostre pratiche, ma un luogo nel quale possiamo sentirci parte di qualcosa senza perdere la nostra individualità.

Il silenzio condiviso

Forse è proprio il silenzio uno degli aspetti più particolari della pratica insieme.

Nella vita quotidiana il silenzio può sembrarci uno spazio da riempire. Una pausa viene rapidamente occupata da una parola, una notifica, una telefonata, una musica o da qualcosa da fare.

Quando invece entriamo in uno spazio di pratica e molte persone scelgono consapevolmente di rimanere in silenzio, quel silenzio cambia qualità: non è vuoto, è presenza.

Possiamo ascoltare il nostro respiro mentre intorno a noi altre persone respirano, sentire il corpo mentre altri corpi rimangono immobili, percepire i piccoli suoni dell’ambiente senza avere la necessità di commentarli o interpretarli.

E può accadere qualcosa di molto semplice: il silenzio degli altri ci aiuta ad abitare il nostro.

Anche la condivisione fa parte della pratica

Quando, dopo una meditazione, arriva il momento di condividere, possiamo fare un’altra esperienza importante.

Ascoltare ciò che un’altra persona ha incontrato nella pratica ci permette di scoprire che la mindfulness non è un’esperienza uguale per tutti. Qualcuno può aver trovato calma, qualcun altro inquietudine, qualcuno può aver sentito con maggiore chiarezza il corpo, qualcun altro può essersi accorto di quanto la mente fosse affollata.

Non c’è una pratica giusta e una sbagliata.

Ascoltare senza giudicare e senza cercare immediatamente di dare consigli ci offre l’opportunità di esercitare una forma di attenzione che possiamo poi portare anche nelle nostre relazioni.

Possiamo imparare a lasciare spazio all’esperienza dell’altro senza doverla correggere, confrontare con la nostra o trovare una soluzione.

Anche questo è mindfulness.

Quando il gruppo diventa una comunità

Con il tempo, soprattutto quando ci si incontra con una certa continuità, può nascere qualcosa che va oltre il semplice ritrovarsi per meditare.

Le persone iniziano a riconoscersi, a condividere un linguaggio comune, a sapere che esiste un luogo nel quale possono tornare per praticare e ascoltarsi. Non è necessario costruire relazioni profonde con tutti e non è questo lo scopo del gruppo, ma può nascere un senso di appartenenza delicato, fondato non tanto sul fare qualcosa insieme quanto sul prendersi insieme un tempo per esserci.

È una comunità particolare, nella quale non siamo chiamati a dimostrare ciò che sappiamo fare, a raccontare chi siamo o a raggiungere un risultato.

Possiamo semplicemente arrivare così come siamo.

E questo, in una quotidianità nella quale spesso ci sentiamo chiamati a funzionare, produrre, rispondere e fare, può essere un’esperienza profondamente nutriente.

Nel ritiro questa esperienza si amplifica

Durante un ritiro di mindfulness tutto questo diventa ancora più evidente perché la pratica non occupa soltanto una parte della giornata, ma diventa il filo conduttore dell’esperienza.

Ci alziamo e iniziamo la giornata con la consapevolezza. Camminiamo insieme, mangiamo con attenzione, pratichiamo seduti e in movimento, attraversiamo momenti di silenzio e, quando arriva il momento della condivisione, impariamo ad ascoltare.

Per alcuni giorni lasciamo sullo sfondo molti degli stimoli abituali e ci immergiamo in un ritmo più semplice.

In questo contesto possiamo accorgerci di quanto la presenza degli altri possa sostenere la nostra.

Non abbiamo bisogno di parlare continuamente per sentirci accompagnati. A volte basta sapere che altre persone sono lì, sedute accanto a noi, impegnate come noi nel loro personale incontro con l’esperienza.

È una forma di vicinanza che non richiede parole.

Non dobbiamo fare questo cammino da soli

La mindfulness ci invita certamente a rivolgere lo sguardo verso di noi, ma questo non significa necessariamente percorrere il cammino in solitudine.

Possiamo avere bisogno del silenzio e, allo stesso tempo, della presenza degli altri. Possiamo aver bisogno di uno spazio personale e, nello stesso tempo, scoprire quanto sia importante sentirci parte di una comunità.

Meditare insieme ci ricorda che la nostra esperienza, per quanto unica, appartiene a qualcosa di più grande.

Tutti conosciamo la distrazione, la fatica, il desiderio di stare meglio, la difficoltà di accogliere ciò che non possiamo controllare. Tutti, in modi diversi, cerchiamo un modo per abitare la nostra vita con maggiore consapevolezza.

Questo il dono più silenzioso della pratica condivisa: scoprire che possiamo prenderci cura di noi stessi senza doverci separare dagli altri.

A volte basta sedersi accanto a qualcuno, nel silenzio, per ricordarci che non siamo soli.

E può essere proprio la presenza silenziosa degli altri a sostenerci nel ritrovare, ancora una volta, la strada verso casa.