De Finibus Terrae

Quest’anno per le mie vacanze estive sono arrivata alla fine della terra, all’estremità sud orientale della nostra penisola, de finibus terrae appunto. La motivazione ufficiale per questo lungo viaggio era cercare una casa con giardino privato per evitare assembramenti e rispettare il distanziamento sociale.

“C’è chi cerca un palcoscenico, chi un ponte di comando, chi un piedistallo. Poi c’è chi vorrebbe solo una panchina, per fermarsi a respirare e guardare un filo d’erba crescere” F. Caramagna

Ma quando sono arrivata dopo otto ore di viaggio, seduta sulla veranda con lo sguardo perso nel mare, ho subito capito che la motivazione di questa scelta era un’altra, più profonda, ancora al limite della mia consapevolezza che solo in quel momento mi è apparsa nella sua potenza. Questo era il luogo di cui avevo bisogno per fare chiarezza dentro di me dopo un periodo così intenso personalmente e socialmente. I colori, gli odori, i sapori, il tempo rallentato di questa terra, era quello di cui avevo bisogno per fare silenzio, vuoto per rivolgere uno sguardo attento e curativo alla mia mente/cuore. Una vacanza in fondo è un periodo vacante, un vuoto che è libertà dai ruoli, dai doveri e dagli obiettivi, per ricontattare ciò che siamo.

Il non fare, rimanere immobile di fronte all’immensità del mare ha fatto emergere la stanchezza, il troppo pieno, l’irrequietezza, l’insoddisfazione che questi ultimi mesi mi hanno lasciato in eredità. La pratica di consapevolezza ci allena alla calma, necessaria per comprendere profondamente i nostri automatismi, attraverso la sola osservazione diretta della mente e del corpo e si è allora aperta una dimensione più ampia e segreta, quella dimensione che nasce dall’intimità con se stessi. Dimensione di cui abbiamo bisogno per dare senso, significato a ciò che abbiamo vissuto.

“Tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura” J. Canfield

Partendo dal luogo fisico in cui mi trovavo, così diverso dai paesaggi a cui sono abituata, è iniziata una riflessione sulla zona di comfort. Sdraiata sull’amaca del giardino avevo alle spalle la terra, la città, la gente alias il noto, il conosciuto, il sicuro, lo stabile. Di fronte a me si apriva il mare blu, lo sconosciuto, l’incerto che coincide anche con la novità, la possibilità, l’eccitazione.

In fondo è questo che ci frena dall’uscire spontaneamente dalla zona di comfort e il motivo per cui combattiamo contro gli avvenimenti esterni che ci modificano la nostra zona di comfort, quando siamo dentro siamo tranquilli, sicuri, rilassati, conosciamo tutto e abbiamo l’illusione di controllare tutto, ma ci manca lo stimolo necessario per dare il meglio di noi. Non c’è apprendimento, c’è solo ripetizione. Quando troviamo il coraggio, pungolati da una situazione interna o esterna, e ci spingiamo fuori dalla zona di comfort sperimentiamo all’inizio stress, incertezza, ansia ma siamo anche attenti e vigili e possiamo imparare cose nuove, migliorarci, superando i nostri limiti.

La zona di comfort può diventare una “dolce trappola”, infatti non sempre coincide con lo stare bene, a volte più che a nostro agio siamo palesemente a disagio, ma essendoci familiare non ci richiede sforzi aggiuntivi e ci adattiamo. Ricordate la storia della rana bollita? Questo vale per le nostre relazioni, per il lavoro e anche per la nostra identità, ci diciamo che siamo così e ci aggrappiamo a questa immagine fissa che abbiamo di noi condannandoci a schemi di comportamento ripetitivi e sterili se non dannosi. Tutto questo blocca il nostro percorso evolutivo.

Se non usciamo dalla zona di confort non c’è per noi miglioramento, crescita e guarigione.

Abbiamo bisogno di fermarci per un po’ nella zona di confort per rilassarci, sentirci protetti, sicuri e ricaricare le nostre energie fisiche e mentali. Per poi avventurarci in mare aperto per metterci alla prova in situazioni che non conosciamo, che rappresentano una sfida, che non ci fanno stare tranquilli. Ma è necessario per entrare nel flusso della vita che è una danza, un continuo stare e uscire dalla zona di comfort, alternare riposo, sicurezza con il metterci in gioco.

Una danza tra il bisogno di una sosta tranquilla, di sentirci sicuri, protetti e un altro bisogno degli esseri umani altrettanto forte che è quello di cercare nuovi luoghi, nuove esperienze, nuovi stimoli.

Consapevoli di questi bisogni opposti presenti in noi, anche le crisi personali e sociali che ci troviamo a vivere, possono diventare sfide per una “crescita post-traumatica” e non un dramma a cui non sappiamo rispondere.